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TERRAFERMA - Michele Gentile
PREFAZIONE
Per capire che cos’è e, soprattutto, che cosa dovrebbe essere la poesia oggi, dovremmo immergerci in Terraferma di Michele Gentile, poeta di grandi orizzonti. Il suo modo immaginifico di usare la lingua, che va oltre la sua funzione puramente comunicativa e pratica, è il manifesto di una poetica nuova, che cerca di dare voce agli spazi più intimi e veri insiti nella realtà umana, allo scopo di denunciarne la fragilità e, al tempo stesso, la violenza. Il libro è un punto cardinale del Melinconismo, corrente fondata nel 2023 dallo stesso Gentile, che parte dall’esame introspettivo di diversi stati d’animo (senso di perenne smarrimento, tristezza, inquietudine e rabbia) causati dalla scomparsa di una persona cara (un amore o un’amicizia importante), ma anche dalla trasformazione o dallo svanimento dei luoghi sacri dell’infanzia e di un passato mai vissuto veramente appieno. Fin dalla prima lirica, che ha lo stesso nome del titolo del libro, si affaccia la crisi d’identità dell’uomo moderno, un bambino che gioca ancora a fare la guerra. Durante la lettura è piacevole accorgersi di provare un brivido, simile alle vertigini, ad ogni accurata associazione di parole, le quali sono così dirompenti e perentorie, che sembrano squarciare il terreno carsico del pensiero comune, lasciandoci sospesi sui versi come fossero tavole di un ponte tibetano. Procedendo oltre, sulle corde sottili di un raffinato linguaggio analogico, incontriamo per strada accorate personificazioni, così realistiche da sembrare familiari, e l’occhio allenato avverte l’invito del poeta a precipitare dolcemente sulla schiena dell’acqua di un pozzo che conserva un immenso tesoro di vita, il cui fondo è abitato da sorgenti inesauribili di innocenza, ma anche infestato da demoni ostinati (quegli abissi/ che ancora mi abitano). Dal quel pozzo, in cui ogni lettore può rispecchiarsi, riemerge costantemente lo sconforto per qualcosa o qualcuno che si è perduto e di cui si patisce prepotentemente la mancanza, a cui si aggiunge anche la consapevolezza della perdita di valori umani fondamentali, come la libertà, la dignità, l’identità e i diritti irrinunciabili. Terraferma rappresenta un disincantato ritrovarsi dopo la perdita (Mi perdo e non mi perdo niente), un viaggio interiore al di là della sintassi di latenti necessità, con l’aiuto di “Una poesia” […] che resti annodata alle mani/ che metta radici nella carne […] che scelga di gridare./ Che mi tolga la parola/ che mi faccia sentire a casa/ qualunque sia il posto/ che ho deciso di lasciare. La ricerca ancestrale delle proprie radici, della propria identità e della bellezza (i prati in fiore) va al di là del rapporto con i genitori, come si evince in Fuori è buio, in cui si intuiscono le difficoltà e le incomprensioni delle relazioni familiari e la derivante frustrazione che, però, grazie all’arte, l’autore si sforza di metabolizzare. Gli addii, percepiti come una sconfitta personale, accrescono il senso di vuoto e di sofferenza, anche se il livore contro la società e il mondo circostante - che in altre raccolte “Melinconiste” si traduce in desiderio di azione e ribellione - non si percepisce visivamente, pur rimanendo sullo sfondo (Non ho luoghi né padroni/ Neppure un filo d’erba/ Estraneo ad ogni provenienza). Nei passi più sanguinosi compare spesso la parola solitudine, vista come un conforto, il che evidenzia la perdita di speranza nel vivere insieme: gli individui, oramai ostaggi delle loro stesse mancanze, nella società si peggiorano a vicenda, disattivando capacità critica e libero pensiero in un ambiente in cui superficialità e competizione ingigantiscono il disagio individuale. Due donne popolano le emozioni del poeta: una è Elisabetta, la sorella dell’autore scomparsa prematuramente, la cui struggente assenza si percepisce in molte liriche (Sulle ferite mi curvo stremato sanguino il tuo sguardo/ che continua a chiamarmi. […] I ricordi esagerano/ si rincorrono nell’infantile attesa del tuo ritorno./E tu non torni mai) e Maura, l’attuale compagna di vita, a cui l’autore dedica le parole più tenere e romantiche della raccolta (Perché tu sei/ tutto quello che avrei voluto quando ti sognavo/ e già mi tenevi per mano). In “Credo alla poesia, non credo ai poeti” Gentile, anche con severa autocritica, si scaglia contro i poeti difettosi e inconcludenti […] santi e truffatori/ di un dio che non si pente […] che sprecano il tempo a fare luce dentro/ mentre intorno a loro/ è già buio pesto, intendendo probabilmente che nessuno dovrebbe osare definirsi poeta per le proprie capacità tecniche. Ma questa presa di posizione non significa una rinuncia all’arte, che, anzi, nelle sue poesie si alimenta spesso di delicati contrasti (come “la pioggia che chiede riparo al sole”) e si incendia grazie a potenti chiaroscuri (Ci resta solo la notte per vendicare le stelle). Fioriscono qua e là, senza mai dare l’impressione di una forzatura, allitterazioni, antitesi, sinestesie, adynaton, hysteron proteron, ossimori, paradossi, parallelismi, iperboli e altre immagini di una tale suggestione da togliere il fiato. Ma è forse la litote la figura retorica più frequente e caratterizzante, in quanto essa riesce ad incarnare al meglio l’incapacità di dare una definizione, quasi dei confini, ad una realtà che sfugge inesorabilmente. Il pubblico saprà farsi attrarre da questa poetica ipnotica, apprezzando un “violino calvo che suona senza corde” e bada all’essenziale, riuscendo ad essere estremamente musicale, pur senza perdersi nella banalità delle rime, ed evitando le risacche della logorrea e le catene della razionalità. Michele, da vero poeta, non si sottrae alla responsabilità della “leggerezza pensosa”, per dirla alla Calvino, e utilizza un linguaggio apparentemente semplice, ma universale, perché capace di lasciare spazi di riflessione ad esseri umani di qualsiasi età, etnia o epoca.
Prof. Paolo Bruni
Michele Gentile, paroliere, aforista e poeta, nasce a Ostia il 4 gennaio 1972. Legatissimo alla sua città, amante del mare e della natura, crede nell'assoluto e necessario valore della poesia come strumento di crescita intellettuale. Laureato in Lettere, è ideatore e organizzatore del premio internazionale di poesia per bambini e ragazzi “Un Mare di Poesia”, ideatore e curatore del Festival Nazionale di poesia “La Rocca dei Poeti”, ideatore e organizzatore della rassegna culturale “Lettere in Viaggio”, ideatore di “Attacco Poetico” maratona di poesia da tutta Italia per un'intera giornata, ideatore, fondatore e promotore della Nazionale Italiana Poeti. Ideatore e organizzatore di “Versi Liberi” laboratorio di poesia per Istituti Penitenziari, Ideatore di “Sentieri InVersi” passeggiate artistiche in natura, ideatore di “Istanti diVersi” presentazioni di libri di poesia con raccolta fondi. È ideatore del Premio nazionale di poesia inedita “Stefano D’Arrigo”. Ha pubblicato i romanzi “i Respiri del Mare”, “i Graffi del Buio” e “l’Orologio Parallelo” per la narrativa e “Sassi nel Fiume”, “Lungo il Sentiero”, “Io abito qui” , “d’Amaro e d’Amore”, “Ordalia”, “Nomenclatura di un tramonto”, “Aforismitudine”, “Il Dono”, “Ostia”, “L’urgenza della pioggia”, “Come il mare”, “Io dal mare” e “Mi costituisco a Modena” per la poesia. Nel 2023 è stato prodotto il suo primo lavoro musicale, un cd intitolato “Atlantico” che contiene sette sue poesie divenute canzoni. Michele è l’ideatore e il fondatore della nuova corrente poetica del “Melinconismo”.
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