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TENERE LA DESTRA - di Amedeo Giustini
PREFAZIONE di Diego Fusaro LE DUE ALI DELL’AQUILA NEOLIBERALE: DESTRASH E SINISTRASH
Il bel libro di Amedeo Giustini che il lettore stringe tra le mani tratteggia esemplarmente un percorso che, opposto al mio, giunge al medesimo punto d’arrivo, pur traendone conclusioni differenti da quelle che io traggo. Giustini muove, biograficamente e politicamente, dalla destra sociale, io dalla sinistra marxista: entrambi siamo addivenuti alla constatazione che, nell’odierno scenario post-1989, la destra e la sinistra hanno rinnegato sé stesse, per diventare ciò che un tempo combattevano. Più precisamente, si sono entrambe ridefinite come semplici guardie della globalizzazione turbocapitalistica e americanocentrica, dunque come meri strumenti di riproduzione dell’ordine liberal-finanziario a base imperialistica. Me ne sono estesamente occupato nel mio studio Demofobia (2024), di cui desidero richiamare brevemente alcuni assunti, che reputo convergenti con le analisi svolte da Giustini. Dopo il tornante epochemachend del 1989, destra e sinistra sono venute formando il Partito Unico fintamente articolato del Capitale, dell’apologia dello status quo e di quel reale diagramma dei rapporti di forza che esclude il protagonismo delle masse nazionali-popolari, agendo sempre più palesemente in direzione contraria rispetto ai loro interessi fondamentali. Nel quadro della reductio ad unum della globalizzazione (rectius, della “glebalizzazione”), la diade di destra e sinistra appare oggettivamente “superata” (aufgehoben) in senso hegeliano: infatti, le due parti, precedentemente opposte e in lotta per programmi e visioni del mondo, sono state “sussunte” sotto il capitale, del quale divengono a egual titolo espressione. Proprio in quanto assoluto e totalitario, le nouvel esprit du capitalisme riassorbe e neutralizza sia la destra, sia la sinistra, occupando la totalità dello spazio politico e dell’immaginario socio economico: le riduce a variabili dipendenti del medesimo sistema della produzione, a semplici figure, apparentemente opposte e realmente 11 coincidenti, della continuazione dell’economia del free market con altri mezzi. La destra si scioglie integralmente nel liberismo, che distrugge i valori tradizionali a cui essa seguita ipocritamente a definirsi fedele. La sinistra, per parte sua, non contesta il liberismo, proponendosi semplicemente di traslarlo dall’economia anche alla sfera dei costumi e dei valori, acciocché la deregulation non sia solo economica ma anche antropologica (free market and free desire). Alla destra basta il capitalismo di colore grigio; la sinistra lo vuole in tinta arcobaleno. In tal guisa, il liberismo economico della destra e quello culturale della sinistra si fondono tra loro: con una perfetta divisione del lavoro, marciano divisi e colpiscono uniti tutto ciò che, in un modo o nell’altro, ancora possa opporre resistente alla mercificazione integrale del reale e del simbolico. Così intese, la neo-destra e la neo-sinistra (che potremmo anche definire “destrash” e “sinistrash”) e la fiction mediatica della loro contrapposizione lasciano apparire il profilo della globalizzazione neoliberale accostabile a un’aquila dalla doppia apertura alare, perché contraddistinta da un’ala destra del danaro e da un’ala sinistra del costume. Destrash e sinistrash divengono, così, in un’inconfessabile coincidentia oppositorum, le due parti organiche al medesimo sistema planetario del tecnocapitalismo a base imperialistica: il quale si riproduce economicamente a destra (Reaganomics, liberalizzazioni e privatizzazioni), politicamente al centro (la perenne alternanza tra centro destra e centro-sinistra) e culturalmente a sinistra (la decostruzione di ogni figura del limite e del tabù, della legge e del Padre). Di più, tale sistema impiega l’ormai illusorio schema destra-sinistra come strumento volto a: a) rendere impossibile l’alternativa, negata dall’alternanza tra le due nuances del medesimo; b) a fare apparire pluralistico e democratico un ordine che non è tale e che, di più, si configura come una plutocrazia neoliberale finanziaria a base imperialistica; c) a distrarre le masse teledipendenti e tecnonarcotizzate, defocalizzando perennemente il loro sguardo dalla contraddizione reale. Non sfugga, oltretutto, che la new left e la new right neoliberali e atlantiste si sorvegliano a vicenda, costringendosi reciprocamente, con l’accusa 12 incrociata di fascismo e di comunismo, a permanere nei perimetri blindati dell’unico spazio consentito, quello del centro neoliberale, rispetto al quale ogni pur lieve scostamento viene delegittimato come “comunista” da destra e come “fascista” da sinistra. Con ciò, destrash e sinistrash rivelano una volta di più la propria natura di funzioni espressive del “meccanismo di stabilizzazione del sistema” (Costanzo Preve): così si spiega, tra l’altro, la deplorevole fiction odierna dell’antifascismo in assenza di fascismo, a sinistra, e dell’anticomunismo in assenza di comunismo, a destra. Il turbocapitalismo no border appare, allora, come un’aquila a doppia apertura alare, composto dalla destra bluette del danaro e dalla sinistra fucsia del costume. Il rosso della sinistra comunista, incompatibile economicamente e politicamente con la riproduzione capitalistica, e il nero della destra tradizionalista, incompatibile valorialmente ed eticamente, “sbiadiscono” e si “scoloriscono”: sopravvivono il fucsia della sinistrash neoliberale e il bluette della destrash egualmente neoliberale. Il capitalismo assoluto-totalitario impone un pensiero unico politicamente corretto e, insieme, una politica unica cromaticamente corretta. Dopo avere per larga parte della modernità veicolato due diverse visioni del mondo e alimentato uno scontro tra ideologie differenti e mutuamente esclusive, destra e sinistra si rivelano oggi interscambiabili nella cornice del turbocapitalismo apolide della global market society. Esse concorrono a fare del neoliberismo un’aquila a doppia apertura alare, che si libra alta nel cielo per poi volare in picchiata e aggredire rapacemente, in basso, popoli e lavoratori, nazioni e comunità. L’anticomunitaria e globalista destrash del danaro bluette detta le regole econonomico-finanziarie tutelanti gli interessi dell’apolide global class post-borghese e ultra-capitalistica. La sinistrash del costume fucsia f issa i modelli e gli stili di vita funzionali alla riproduzione del sistema dell’integralismo economico (godimento individualistico, relativismo, nichilismo, laicismo assoluto, abbandono dell’anticapitalismo e dell’anti-imperialismo, ecc.), favorendo l’adesione all’ortodossia liberal-globalista da parte delle masse post-borghesi e post-proletarie, i nuovi descamisados del tecnofeudalesimo finanziario sans frontières. La destrash difende soprattutto il liberismo economico thatcheriano 13 della privatizzazione totale del mondo della vita, la sinistrash il liberismo culturale e antropologico sessantottesco del “vietato vietare”. Con una perfetta divisione del lavoro, procedono divise per colpire insieme ogni fortilizio politico e sociale, culturale e tradizionale in grado di frenare la marcia onniavvolgente del “progresso” del capitale e della sua mercificazione del reale e del simbolico. La destrash del danaro fissa la struttura, la sinistrash del costume pone la superstruttura. La destrash del danaro necessita fisiologicamente del profilo antropologico dell’atomo consumatore che, permanentemente privato di passioni utopiche e antiadattive, non crede in nulla se non nel mercato divinizzato (“ce lo chiede il mercato”). E la sinistrash del costume procede alla diffusione della cultura del nichilismo postmoderno e del disincantamento relativistico: favorisce il transito dalla concezione dell’emancipazione come rivoluzione sociale e politica a quella della libertà come proprietà dell’individuo isolato portatore di “diritti civili” e realizzato nelle forme dello scolpimento narcisistico del proprio io isolato e del godimento disinibito, sempre nel quadro, sia chiaro, della market society, in cui tanta libertà hai, quanta puoi comprarne. Analogamente, destra e sinistra vengono “superate” e “sciolte” in un’omogeneità bipolare, articolata secondo l’ormai proditoria alternanza senza alternativa di una destrash neoliberale in tinta bluette e di una sinistrash neoliberale in tinta fucsia. Esse non si battono per una differente e magari opposta idea di realtà, fondata su diversi ordini valoriali e su Weltanschauungen tra loro inconciliabili. Gareggiano, invece, per realizzare la stessa idea di realtà, quella decisa sovranamente dal mercato e dal blocco oligarchico neoliberale (il sinedrio liberal f inanziario); rispetto ai quali svolgono ormai la parte di semplici maggiordomi, sia pure con la livrea dal colore differente. In alto, sulla plancia di comando, vi è una nuova classe post borghese e post-proletaria, una global class liberal-finanziaria (una Finanzaristokratie, direbbe Marx) né di destra, né di sinistra, né borghese, né proletaria. È la classe del patriziato finanziario cosmopolita, che, più precisamente, è di destra nell’economia (competitivismo sans frontières e mercantilizzazione integrale del mondo), di centro nella politica (alternanza senza alternativa di centro-destra e centro-sinistra egualmente neoliberali e americano-centrici), di sinistra nella cultura 14 (openness, deregolamentazione antropologica, progressismo come philosophie du plus jamais ça). Se, prendendo per buono quanto asseriva Ezra Pound, i politici figurano come i camerieri dei banchieri, allora si può sostenere plausibilmente che, nel tempo del monopartitismo competitivo e dell’omogeneità bipolare, i maggiordomi politici al servigio dell’aquila neoliberale si dividono formalmente, e non sostanzialmente, solamente per il colore della livrea indossata. La livrea bluette dei camerieri della destrash e la livrea fucsia di quelli della sinistrash simulano, cromaticamente, un’inconciliabilità irreale. Nascondono agli occhi la reale coincidentia oppositorum. Inscenano una competitività fittizia, in quanto organizzata in modo tale da garantire in ogni caso la vittoria del programma liberal-finanziario e global-atlantista dell’oligarchismo dell’alto. E non lasciano apparire appieno l’avvenuta decadenza della politica a mera continuazione dell’economia (governance) e dello Stato a mero “comitato d’affari” (Marx) dei ceti abbienti. Si alternano a gestire in modo leale il capitalismo. La sinistra, che non si occupa più dei lavoratori, si inventa la categoria degli “esclusi” e delle “minoranze protette”. La destra celebra in modo astratto, quanto ipocrita, la difesa delle tradizioni e dell’identità, che pure contribuisce a smantellare sostenendo il libero mercato (coltivando le cause, di cui però critica gli effetti). Destra e sinistra fanno ora valere, idealmente, dissensi tattici, mediatici, apparenti e folkloristici sulla maniera con cui si raggiungono poi, realmente, obiettivi equivalenti. Mantenendo in vita una controrivoluzione preventiva permanente, il sistema mediatico enfatizza oltremodo le differenze tra i due quadranti, acciocché invisibile appaia la loro ormai piena coincidenza. Sicché, alla luce di quanto sottolineato, dobbiamo immaginare i due maggiordomi di destra e di sinistra intenti ad alternarsi al servigio del Signore global-finanziario che autocraticamente, dall’alto, impone loro gli ordini e l’agenda da seguire. L’opposizione tra il maggiordomo in livrea bluette e quello in livrea fucsia non è mai l’opposizione tra chi accetta il servizio e chi lo rifiuta: o, se si preferisce, tra chi prende ordini e chi li respinge, magari aspirando a decidere sovranamente nell’interesse del popolo e non del padronato cosmopolitico. 15 In altri termini, l’opposizione tra i due maggiordomi, palese nella competizione elettorale e nelle sue forme mediatiche ostentate, non si dirige mai contro il Signore liberal-finanziario, il cui dominio è assunto come insindacabile e al di là di ogni possibile messa in discussione. È, invece, l’opposizione tra i due maggiordomi per poter ricevere, di volta in volta, l’incarico presso il padrone mediante quella legittimazione elettorale in grazia della quale il popolo vota quale dei due camerieri servirà fedelmente chi al popolo e ai suoi interessi strutturalmente si oppone. Il libro di Giustini mette perfettamente a tema questa depressiva alternanza in assenza di alternativa, fondata sull’omogeneità bipolare. E propone, a mo’ di soluzione, l’esigenza di “tenere la destra”, ossia di mantenere o, all’occorrenza, recuperare quei valori politici e quelle idee dimenticate proprie della vecchia destra, prima che il suo corpo si fondesse con quello del neoliberismo (in Italia, ciò è accaduto, ça va sans dire, con la cosiddetta “svolta di Fiuggi”). Qui le nostre prospettive imboccano strade diverse. Se Giustini propone, non senza buoni argomenti, una “rifondazione” della destra non liberale e non atlantista, io ritengo che ogni progetto di rifondazione sia votato allo scacco (me ne sono occupato diffusamente nel mio studio Sinistrash). In altri termini, Giustini propone di “tenere la destra” (il suo libro si chiude con l’appassionata evocazione di una “nuova destra italiana”), io suggerisco di abbandonarla, insieme alla sinistra, per compiere una “rivoluzione copernicana” della filosofia politica che ci affranchi dalle vecchie e ormai inservibili mappe tolemaiche. All’orizzontalità topografica di destra e sinistra è d’uopo sostituire la verticalità oppositiva di alto e basso o, più precisamente, il conflitto tra l’oligarchismo liberista dell’alto e il populismo socialista del basso. Non più, dunque, destra e sinistra, ma alto e basso (sapendo che, secondo questa nuova spazialità politica, destra e sinistra rappresentano egualmente l’interesse dell’alto contro il basso). Rispetto a questa nuova geografia della politica, destra e sinistra sopravvivono come parti a) di rappresentanza dell’alto contro il basso, b) di distrazione e divisione orizzontale nel basso, c) di programmatico impedimento di una “rivoluzione spaziale” della politica, che mostrando la nuova geografia, renda possibile la ripresa della rotta verso la terra 16 ferma dell’emancipazione universale e del superamento dell’apartheid globale dell’asimmetria capitalistica e dell’imperialismo atlantista. Al di là delle diverse soluzioni a cui addivengono la ricerca di Giustini e la mia, entrambe rivendicano la piena sovranità dello Stato nazionale come ineludibile base per una ridemocratizzazione socialista della politica. E, oltre a ciò, muovono dalla constatazione del desolante quadro del presente dall’immaginario colonizzato dal verbo unico liberal-imperialistico e dall’esigenza platonica, resistente a ogni tentativo di disincantata rassegnazione, di “uscire dalla caverna” del “globalitarismo”, ossia del totalitarismo glamour della civiltà dei mercati e dell’imperialismo etico made in USA. Ciò che c’è non è tutto, perché ciò che c’è può essere trasformato. Nel tempo del futuro mutilo, dell’appassimento dello spirito dell’utopia e del declino della progettualità sociale, tenere fermo questo irrinunciabile fuoco prospettico di fuga dalla gabbia asfissiante del presente rappresenta, forse, l’elemento più realisticamente utopico e più concretamente antiadattivo che si dia. D’altro canto, il primo passo che compiamo per evadere dalla caverna umbratile non ci conduce dove vogliamo, ma ci sposta da dove siamo. E, in questo, mi trovo perfettamente d’accordo con Giustini.
Amedeo Giustini è nato il 20 settembre del 1960.Imprenditore. Ha avuto dal 1995 al 2009 esperienze politiche e istituzionali nella destra italiana.È stato amministratore di società pubbliche e autore di brevi saggi tra cui: Destra, Sinistra e l’inganno (1996), Partecipazione e classe politica: come avviare il ricambio (1998), Una lettera Mal destra (2010 ed. Pagine), Fuori Tutti (2014 ed I libri del Borghese), Sempre di più (2024 ed. Terre Sommerse. È articolista di varie testate, tra cui la rivista “Lo Speciale” di Fabio Torriero.